Come intendere la cosiddetta fase 2, cioè come uscire da una quarantena generalizzata che comporta la sospensione dei diritti costituzionali, considerevoli perdite economiche e di riflesso danni alla salute stessa? Questo articolo spiega come il contenimento del coronavirus sia compatibile con la ripresa delle attività economiche: occorre però cambiare paradigma, attuare una vera e propria rivoluzione copernicana, cioè passare da un isolamento coercitivo ad un distanziamento responsabile. Per questo è necessario investire sulla persona con un’informazione che crei prima di tutto conoscenza, autentico antidoto alla paura, correggendo al contempo i comportamenti irrazionali e pericolosi.

Il numero dei morti e dei contagi del COVID-19 diminuisce ovunque seppur lentamente. I sistemi sanitari del nostro paese, dopo una fase iniziale di sbandamento, riescono ora a controllare meglio i contagiati e i loro contatti.  Prima o poi si dovrà iniziare a rilasciare le drastiche misure di contenimento e si dovrà passare, più o meno gradualmente, alla cosiddetta “fase 2”, cioè alla ripresa delle attività economiche e alla libera circolazione. C’è un rischio reale che, la rimozione delle restrizioni, sia percepita come una sorta di “liberi tutti” che potrebbe riportarci indietro nei contagi. Però, cittadini responsabili e opportunamente istruiti, che mantengano volontariamente le misure di distanziamento sociale, potrebbero fare la differenza, diminuendo le probabilità di una ripresa dei contagi. 

Dopo più di 40 giorni, non si vede ormai davvero l’ora di superare la prima fase di confinamento generalizzato, i cui effetti deleteri sono sotto gli occhi di tutti: sospensione dei diritti costituzionali (soprattutto la libertà personale tutelata dall’art. 13)1, aumento dei problemi neuropsichiatrici nella popolazione e danni economici che potrebbero riflettersi nel medio-lungo periodo sulla salute stessa.
La salute, “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della comunità” (art. 32 Cost.), non è purtroppo un valore assoluto, ma dipende e si compenetra con altri diritti costituzionalmente tutelati come il diritto al lavoro (art. 4), alla libera circolazione (art. 16), alla libera iniziativa privata (art. 41). Non è possibile mantenere per troppo tempo il confinamento perché questo finirebbe con l’essere controproducente se, ad esempio, vi fosse un tracollo economico: sono infatti ben noti i rapporti stretti che intercorrono fra condizioni socio-economiche e salute. Le misure di confinamento a casa si sono rese necessarie per permettere alle terapie intensive degli ospedali di far fronte alla prima ondata di pazienti: la finalità del “lockdown”, dunque, non era quella di arrestare completamente l’epidemia, che potrebbe perdurare per un anno o più. Ora che i posti in rianimazione gradualmente si svuotano non appare logico ritardare la fase 2.

Tuttavia sul significato e sulle modalità di attuazione di questa seconda fase bisogna intendersi bene, onde non dover tornare troppo rapidamente alle condizioni di partenza.  Questa fase andrebbe intesa, a nostro avviso, come prosecuzione dell’arginamento del coronavirus attraverso la responsabilizzazione individuale (si veda tabella allegata). Occorre però cambiare completamente paradigma: non più fare affidamento su misure coercitive, ma fidarsi dei comportamenti di una popolazione informata e responsabile.

FASE 1 “Stare a casa” Isolamento socialeFASE 2 “Evitare di incontrarsi” Distanziamento sociale
Messaggio diretto. Il cittadino svolge un ruolo passivoNecessita di istruzioni e della collaborazione attiva dei cittadini
Utile nella prima fase emergenziale di fronte ad un pericolo imminente.Può valere sempre (dopo le necessarie istruzioni e la verifica quotidiana dei comportamenti corretti.)
Non tollerabile nel lungo periodoSostenibile nel lungo periodo
Limitazione delle libertà individuali anche al di là dello scopo di prevenzione del contagio (es. proibizione jogging e bicicletta)Limitazioni solo in relazione ai rischi del contagio.
Necessario sanzionare i “furbi” che escono senza motivazione anche in situazioni non di rischio contagio.Si sanzionano eventualmente solo i comportamenti direttamente collegabili ad un effettivo rischio di contagio
Il cittadino si sente sorvegliato (timore di controllo totalitario)Il cittadino si sente protetto perché la sorveglianza è direttamente collegabile al fine di evitare il contagio
Media: strategia terroristica per costringere il cittadino a casa (conta dei morti, notizie di sanzioni ai “furbi”, immagini frequenti delle rianimazioni, camion militari che rimuovono i cadaveri dagli ospedali etc.)Media: istruzione sulle modalità di contagio, le cose da fare e gli errori da evitare (mostrare gli esempi positivi e negativi, cioè gli errori da evitare, istruzione capillare sull’uso della mascherina e dei guanti, come comportarsi al supermercato, nei negozi, sul trasporto pubblico, all’aperto in città, in campagna etc.)
Favoriti i possessori di appartamenti più grandi, giardino, tenuteSi attenuano gli effetti di questo tipo di disparità

Non si deve cadere nel falso ragionamento, che il deterrente di severe punizioni sia l’unico sistema per far aderire la gente a semplici linee guida governative utili a contenere l’epidemia. Mi stupiscono talvolta le opinioni di taluni che, elevandosi al di sopra della massa, pontificano che “la gente non capisce nulla”, che, dunque, sarebbe giusto imporre norme più restrittive.  Invece è bene pensare che quando alla gente sono spigati i fatti scientifici e quando ci si fida delle autorità pubbliche che spiegano questi fatti, i cittadini possono fare le cose giuste anche senza la minaccia di sanzioni. Diverse esperienze (ad es. quelle dell’OMS sulla “Community Health”) dimostrano che una popolazione motivata e ben informata, è di solito più disposta a farsi carico della prevenzione e cura delle malattie rispetto ad una popolazione ignorante sorvegliata 2. Se non avessimo fiducia nel prossimo, quanto sarebbe breve il passo da una democrazia di “gente che non capisce niente”, ad un governo di esperti che decida per tutti noi.

La presa di coscienza responsabile della gente avviene principalmente attraverso un’informazione corretta che porta vera conoscenza, autentico antidoto alla paura e ai comportamenti irrazionali.

Purtroppo il servizio pubblico e i media in generale a riguardo del CoVID 19 non stanno svolgendo un ruolo sempre positivo. È davvero troppo chiedere di porre attenzione a non privilegiare sentimenti primordiali e spesso irrazionali come la paura e puntare invece ad una educazione seria e completa? L’indurre reazioni istintive di paura porta in sé un reale pericolo, ad esempio, quello di farci sembrare normali, misure che non avremmo accettato in tempi ordinari, come ad esempio la tracciabilità degli individui con droni (con tecnologia che permette il riconoscimento facciale) o la tracciabilità attraverso applicazioni sul nostro cellulare (che di fatto saranno rese obbligatorie pena limitazioni nella circolazione) o microchip sottocute, o peggio, potrebbero divenire accettabili trattamenti obbligatori con farmaci o vaccini (in spregio all’art. 32 Cost.).

Invece, a nostro avviso, per la fase 2 sarebbe necessaria un’informazione più scientifica e dettagliata, ad esempio sulla modalità del contagio, sui modi di evitarlo, sugli errori possibili che si possono commettere, sull’uso appropriato dei dispositivi di protezione tipo mascherine e guanti. Ad esempio, un’opinione errata abbastanza comune è che il virus si trovi anche all’aria aperta, per cui ci si barrica in casa, guardando con sospetto quanti circolano per strada. Invece, ci spiegano gli ingegneri che studiano le dinamiche degli aerosol (cioè delle minuscole goccioline che emettiamo), che anche ci fossero piccole quantità di virus, l’enorme dispersione all’aria aperta, non permette di raggiungere la dose minima infettante (per la quale sono necessarie diverse migliaia di virus per millilitro). Differente è la situazione negli ambienti chiusi, dove si dovrebbe usare la mascherina.  Questo tipo di informazione renderebbe anche il governo stesso più edotto sull’assenza di rischio ad esempio, per attività motorie e sportive individuali all’aria aperta quali il jogging e la bicicletta, e apparirebbe più chiara l’irrazionalità delle norme che limitino queste attività salutari.

Dunque, in conclusione, con una strategia informativa che punti alla conoscenza dei meccanismi infettanti e alla responsabilizzazione dei cittadini (e del governo), potremmo uscire, in sicurezza, da questa tremenda fase di coercizione domiciliare con vantaggi per tutti.

Così intesa la fase 2, senza eccessivi rischi, potrebbe abbandonare ogni obbligo, permanendo solo quello di quarantena per gli infetti ed i loro contatti stretti. Tutto questo con il presupposto che la responsabilità individuale limiti gli incontri allo stretto necessario e mantenga un distanziamento sociale anche attraverso il corretto uso delle mascherine e il lavaggio delle mani.

Referenze:

  1. http://questionegiustizia.it/articolo/emergenza-sanitaria-dubbi-di-costituzionalita-di-un-giudice-e-di-un-avvocato_14-04-2020.php
  2. https://www.ft.com/content/19d90308-6858-11ea-a3c9-1fe6fedcca75

*Autore: Roberto Cappelletti, medico e presidente della sezione trentina dei Medici per l’Ambiente, ricercatore libero.

Covid – considerazioni

Dr. Gianni Gentilini

Come dimostra il caso di scuola di Vo’ Euganeo, che dovrebbe essere tenuto ben presente, il tasso di persone asintomatiche tra i positivi al coronavirus (il 2,6% della popolazione ndr) è notabilmente alto, ben il 43,2%. È questo serbatoio invisibile più che l’aggressività stessa del virus ciò che ne aumenta a dismisura la subdola contagiosità. Il tasso di letalità è in realtà assai mite se confrontato con quello delle grandi epidemie del passato, oscillando mediamente tra 1 e 3-5 % (a seconda delle positività rilevate) mentre il tasso di letalità della peste polmonare raggiungeva e superava il 50%. Di più, gli esiti mortali da covid-19 possono in parte essere attribuiti al progressivo smantellamento delle strutture sanitarie e alla sottovalutazione delle quotidiane notizie che pervenivano dalla Cina e dalla Corea; se prese un po’ sul serio, avrebbero potuto permettere una previdente preparazione di mezzi e personale. Invece ci si è affidati all’improvvisazione… Ma ormai è inutile piangere sul latte versato.

Non m’è finora capitato di vedere qualche istruttivo spot sull’uso delle mascherine, anzi, se l’esempio deve venire dall’alto, sono inorridito quando, durante la discussione in senato del decreto “cura Italia”, i parlamentari, tutti dotati di mascherina, la toglievano regolarmente quando s’alzavano per parlare! C’è bisogno urgente di istruzioni! È proprio in quel momento che si emettono le goccioline in maggior misura ed è proprio allora che si dovrebbero usare! Dal parlamento allo sportellista che mi ha servito poco tempo fa: anche lui per parlarmi abbassava la mascherina per poi subito riposizionarla, e per fortuna c’era il vetro. Tanto dimostra, se pure ce ne fosse bisogno, che la gente che “non capisce” c’è ovunque, ma il problema non è risolvibile inondando una nazione di misure tanto draconiane (multe astronomiche) quanto troppo spesso irrazionali. Sarebbe assai più facile far pervenire poche ma chiare informazioni corrette e istruzioni precise e adeguate. Se il tasso di asintomatici è molto elevato come dicono le statistiche, l’obbligo della mascherina è fondamentale e inderogabile e vale più che impedire di allontanarsi da casa. Il movimento è fondamentale, per tempi infiniti s’è condannata la sedentarietà, ora improvvisamente ciò che era dannosissimo diventa fonte di salute. Non stimo il jogging, la bici da corsa e simili attività parasportive, ma la passeggiata in solitaria o il giro tranquillo in bicicletta, senza ridicolaggini da corridore, sono solamente attività salutari. Dell’orto parecchie statistiche dicono che lavorarlo aiuti a stare in salute e a guadagnare in longevità, se lo si frequenta da soli e non vi si fanno raduni e grigliate non si vede perché inibirne l’uso. Si tratta in genere di attività svolte non in ambiente urbano e all’aperto, dove il rapido spostamento delle masse d’aria e la diluizione conseguente attenuerebbero fin quasi a zero il rischio anche se non si usasse la mascherina. Di più la vita all’aperto è assai meno pericolosa di quella condotta in ambienti confinati, magari con un familiare a rischio; proprio gli ambienti chiusi sono i peggiori per la trasmissione della malattia. Tanto più utili e necessarie le attività all’aria e al sole lo diventano proprio con l’allungarsi delle giornate, oltretutto è ben noto che i raggi ultravioletti hanno una certa azione disinfettante (le frequenze tra 200 e 300 nanometri vengono correntemente usate a tal fine) ma non basta, il sole è fondamentale nel meccanismo di produzione della vitamina D e, ahi noi, una larga parte della popolazione già in condizioni normali di vita presenta livelli bassi o insufficienti di questo prezioso alleato della salute, assai importante anche sotto il profilo immunologico. Non credo sia necessario procedere, senza assolutamente negare l’importanza di attuare le misure utili a frenare il contagio, come l’assolutamente fondamentale distanza sociale, sarebbe molto più utile che lo stato, anziché adottare misure che sanno di totalitarismo oltre che di esosità, si preoccupasse di educare i propri cittadini fornendo chiari supporti informativi piuttosto che Talk show ripetitivi, confusi, contraddittori e inutili.

A seguire, l’uso di trovate tecnologiche, come ad esempio il tracciamento via smartphone, è del tutto irrazionale anche se si ammettesse un’aderenza dei cittadini al 60%: infatti perché un simile meccanismo funzioni la platea dei testati con tampone dovrebbe essere molto superiore a quella odierna. L’alto numero di positivi asintomatici (come detto dimostrati nel 50-75% dei casi) e non testati o riconosciuti, rende questa tecnologia epidemiologicamente risibile. Inoltre si dovrebbe tener presente che gli “analfabeti tecnologici”, cioè non dotati di smartphone o incapaci di usarlo, sono in gran maggioranza le persone più avanti nell’età e a maggior rischio: ossia coloro che meglio e più si dovrebbero proteggere sarebbero quindi i più indifesi. Dell’utilità eventuale per qualche “grande fratello” si dovrà invece occupare il garante della privacy. Anzi una simile tecnologia, potrebbe ingenerare una sicurezza assolutamente falsa, facendo credere di non essere a rischio quando in realtà lo si è: anche se venisse segnalato l’eventuale riconoscimento delle persone ammalate si deve sapere che per ognuna di queste possono esservene da una a tre apparentemente sane ma portatrici del virus. Sarebbe inoltre logico riflettere che su 60 milioni di cittadini le persone testate sono ad oggi forse un milione o giù di lì (si tengano presenti infatti i multitamponi in un solo individuo), se poi si pensa che gli abitanti della sola Lombardia, severamente colpita, sono più di 10 milioni s’intende quanto sia poco rilevante il numero di test effettuati; si tenga inoltre presente che, seguendo le assai improvvide indicazioni dell’OMS (o all’OMS attribuite?) il test per molto tempo s’è fatto quasi solo per confermare diagnosi già clinicamente evidenti, anziché per circoscrivere il contagio testando quante più persone prossime al malato. Se i criteri andranno avanti così non siamo messi bene. Quanto a illusorie tecnologie non si può dimenticare la ricorrente enfasi posta sui cosiddetti “termoscanner”, per qualche giorno, dopo essere stati posizionati in aeroporti o simili, sono stati presentati una prevenzione sicura… L’esplosione dell’epidemia li ha poi messi sotto silenzio, ma ora, magicamente, tornano come “portafortuna” nella fase due. Ebbene, quando è presente uno stato febbrile da coronavirus in genere la malattia era in incubazione da giorni e il portatore, apparentemente sano, è già stato veicolo di contagio se i suoi comportamenti non erano appropriati. È quindi assai più utile che le persone vengano istruite ad avvertire tempestivamente il proprio medico e consigliate a isolarsi immediatamente anziché credere che la tecnologia del “termoscan” possa proteggere efficacemente.

Le responsabilità sono dunque assolutamente bifacciali, se da un lato il cittadino, guidato dalle istituzioni, deve assolutamente e responsabilmente apprendere i comportamenti adatti e corretti, dall’altro sulle spalle delle stesse istituzioni politiche e sanitarie gravano però altre responsabilità molto maggiori.

Anzitutto non è corretto illudere il cittadino con trovate tecnologico miracolistiche (smartphone, termoscan) o con la speranza di un vaccino che, per essere cosa seria, necessita di un paio d’anni di studio al minimo, sempreché sia possibile elaborarlo contro questo specifico virus (e ancora non lo sappiamo con certezza).

Sarebbe molto più utile iniziare da subito una corretta informazione togliendo spazio nel pubblico servizio a inutili talk show e fornendo invece quotidianamente informazioni precise e dettagliate sui comportamenti.

Sulle istituzioni grava anche la responsabilità di recepire il frutto dell’esperienza ormai maturata; le “centrali operative” e le infinite “task forces” dovrebbero aver capito che la malattia la si domina e la si può vincere intervenendo tempestivamente; è quindi della massima importanza dare il giusto peso alla medicina sul territorio e ai medici di famiglia che devono essere istruiti e messi in grado di segnalare i casi sospetti ricevendone un immediato riscontro laboratoristico. Ciò permetterebbe la pronta instaurazione di terapie semplici e poco costose, che, ormai individuate, costituiscono un vero “protocollo empirico” applicabile nella prima fase della malattia, con risultati terapeutici dimostratisi assai positivi e risparmio di ricoveri in gravi condizioni, cioè in seconda o terza fase, la peggiore, quella con severo distress respiratorio, quando le opzioni terapeutiche si riducono e si complicano. Inoltre l’effettuazione sollecita dei tamponi ai famigliari e ai contatti permetterebbe la rapida individuazione di un potenziale focolaio. Misure simili sarebbero certamente più efficaci di qualsiasi “smartphone”. Ma molte sono ancora le responsabilità delle istituzioni, prima fra tutte quella di non cedere agli interessi dei vari gruppi di pressione; è già accaduto si guardasse con un occhio di riguardo la categoria degli albergatori, Dio non voglia che nella fase 2 a qualcuno venga in mente di dare una mano ai gestori di balere. Quella della scelta delle attività da aprire o meno è una partita delicatissima e di cruciale importanza nella quale il comune cittadino ben poco può fare. Di più, ricade sulle istituzioni l’organizzazione logistica della filiera che è destinata a garantire agli operatori sanitari, ai lavoratori e ai cittadini in genere, la fornitura dei materiali, dei farmaci e degli strumenti protettivi necessari nelle diverse situazioni e in quantità sufficiente; non è pensabile che mascherine, guanti o disinfettanti arrivino a singhiozzo o scompaiano dal mercato.

Si potrebbe continuare per molto ad elencare le cose che una “normale” amministrazione dovrebbe fare in presenza di rischio epidemiologico ma, mentre si può credere che i cittadini, se debitamente istruiti, saranno capaci di affrontare responsabilmente una fase 2, sulla capacità di assolvere alle proprie responsabilità da parte delle varie istituzioni e amministrazioni sarà invece opportuno attendere la verifica nei fatti. 

Il Dr. Gianni Gentilini è vicepresidente di ISDE Trentino, oltre alla laurea in Medicina e la specializzazione in Neurologia, ha conseguito la laurea in Storia. E’ autore di numerosi libri.